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SREBRENICA
Nell'estate del 1995, più esattamente nel mese di luglio, non era difficile immaginare che la guerra in Bosnia Erzegovina era alla fine. La fine "ufficiale", quella delle strette di mano e dei trattati sarebbe arrivata qualche mese dopo. I segnali c'erano tutti. La caduta della Kraijna assomigliava più ad una ritirata che ad una verrà battaglia di "liberazione". Le enclaves musulmane di Zepa, Goradze, Biach e Srebrenica erano allo stremo mentre i serbi dei quartieri di Sarajevo stavano diseppellendo i loro morti per apprestarsi ad un viaggio di addio, senza un probabile ritorno a casa. Era chiaro che dietro tutto ciò c'era un accordo, neanche tanto segreto, di scambi di territori fra i belligeranti. E la popolazione? Il problema era presto risolto con una parola "magica" che da anni oramai risonava nelle orecchie di tutti: pulizia etnica. In fondo era il prezzo da pagare per far cessare una volta per tutti i combattimenti, così la Comunità Internazionale e l'ONU potevano gridare il loro successo. Come andò a finire oramai è storia, nomi di città come Srebrenica con il loro carico di 7.000 morti mette paura solo a sentirla nominare. I profughi li abbiamo visti ripetutamente su tutti i giornali e telegiornali, ma raramente abbiamo sentito parlare degli "scomparsi".
I fatti. La guerra oramai era alla fine, bisognava solo raggiungere sul terreno i patti che i potenti - Milosevic, Izetbegovic e Tudjman - avevano non tanto segretamente sottoscritto, con il tacito assenso della comunità internazionale: il 51% del territorio della Bosnia ai croato-musulmani ed il restante ai serbo bosniaci. Ma per raggiungere ciò bisognava togliere di mezzo queste zone protette, come ebbe a dire un generale delle Nazioni Unite. Le zone protette erano delle enclaves musulmane in un territorio completamente in mano ai serbo bosniaci ma sotto la protezione dell'ONU.
Il 30 maggio del 1995 l'ONU pubblica un documento dove si dichiara che i Caschi Blu possono lasciare le Zone Protette. E' il segnale che i serbi bosniaci attendevano.
Il nove luglio 1995 l'esercito serbo bosniaco guidato dal Generale Mladic inizia il bombardamento di Srebrenica. I caschi Blu tentano di convincere la popolazione bosniaca alla resa garantendo che gli aerei NATO sarebbero intervenuti a difenderli. Nel frattempo Naser Oric, comandante dell'esercito bosniaco a Srebrenica, insieme con i suoi fedelissimi, vengono prelevati e trasferiti a Tuzla. L'artiglieria serba continua a martellare la città, degli aerei NATO neanche un rombo in lontanza si ode. I serbi sono in città. I Caschi Blu olandesi per salvare la pelle cedono in blocco tutto il loro armamento ai serbi. L'esercito serbo bosniaco entrano a Srebrenica a bordo dei blindati bianchi dell'ONU. La popolazione bosniaca gli corre incontro convinta che siano "i salvatori", che siano arrivati per portali via. Solo dopo si accorgeranno dell'inganno, ma oramai è troppo tardi.
Seguiranno due settimane di rastellamenti, uccisioni, stupri e fughe in massa di donne, vecchi e bambini. Gli uomini vengono fatti prigionieri. Nulla si saprà più di loro. Un esercito di vedove reclamano ancora di sapere che fine hanno fatto settemila persone. Tanti sono i "dispersi" di Srebrenica. La maggior parte di loro sono stati uccisi dell'esercito serbo bosniaco del Presidente e criminale di guerra Karadzic'. Attualmente più di quattromila morti sono stati rinvenuti nei dintorni della citta, fra i boschi e in fosse comuni.
Gli Scorpioni! La più feroce, misteriosa, impunita soldataglia serba al servizio di Milosevic, 160 uomini dei servizi segreti che nelle guerre balcaniche fecero quel che nemmeno le terribili Tigri di Arkan osavano
Admira e Boško
lei musulmana, lui serbo ortodosso, furono uccisi sul ponte di Vrbanja in Bosnia
nel maggio del 1993 mentre cercavano di fuggire insieme dalla guerra.
I loro corpi rimasero stesi abbracciati sul ponte, li portarono via otto giorni più tardi,
quando cessò il fuoco.
L'11 luglio sarà il decennale di Srebrenica, la cittadina bosniaca sotto assedio prima proclamata zona protetta dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e poi abbandonata al proprio destino dalla comunità internazionale. Le persone uccise dall'esercito del comandante serbo bosniaco Mladic, dopo la caduta della città, furono oltre 7.000. I sopravvissuti, per lo più donne, stanno ancora cercando gli scomparsi da una lista di oltre 10.000 persone. Il Tribunale penale de L'Aja ha definito genocidio il crimine avvenuto nel luglio di dieci anni fa. Prima della guerra a Srebrenica abitavano 37.000 persone, oggi sono meno di 10.000: una città fantasma, ancora in buona parte distrutta e dove la situazione economica è disastrosa. Oggi pomeriggio alle 18, alla libreria Feltrinelli di via Mazzini 20, in un incontro moderato da Thomas Bendinelli, viene presentato il libro "Srebrenica, fine secolo", lavoro collettaneo di autori italiani e slavi realizzato dall'Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea di Asti, in collaborazione con l'Associazione Ambasciata per la democrazia locale di Zavidovici (Adl) e l'Osservatorio sui Balcani, che si occupa di sostenere l'azione di associazioni ed enti locali attivi nella cooperazione nel Sud-est Europa anche attraverso un costante lavoro di informazione e analisi sull'area. I relatori saranno William Bonapace, Camillo Boano e Andrea Rossini. Quest'ultimo, bresciano d'adozione, fin dal 1992 ha iniziato a lavorare nei campi profughi per cittadini dell'ex Jugoslavia in Italia, trasferendosi poi in Bosnia Erzegovina per l'Adl. Attualmente è coordinatore della redazione di Osservatorio sui Balcani. Oltre ad essere uno dei co-autori del libro, Rossini è anche il regista del filmato "Dopo Srebrenica", che verrà proiettato oggi pomeriggio e che prossimamente verrà trasmesso anche da Rainews 24 (oltre che in Kosovo e in Serbia). E a Rossini abbiamo posto qualche domanda. Su Srebrenica era già stato realizzato un documentario: come mai un altro? "Il filmato precedente, "Srebrenica, Europa" (2000) è il racconto della caduta della città attraverso le testimonianze delle donne sopravissute. Il filmato che vedremo oggi, "Dopo Srebrenica", analizza la città non più come luogo fisico, ma come quello che il tribunale de L'Aja ha definito genocidio, quindi come il simbolo delle guerre in Europa alla fine del XX secolo. Srebrenica è stato, dalla Seconda guerra mondiale ad oggi, il peggior crimine avvenuto in Europa sia per l'entità del massacro che per le modalità, oltre che per il discorso della comunità internazionale che non è intervenuta". E quale è l'immagine che ne esce? "Di un conflitto che non è terminato, di una guerra non combattuta che continua sulla costruzione delle verità parallele e della memoria: per la comunità musulmana l'11 luglio 1995 è il giorno di inizio del genocidio, per i serbi è il giorno della liberazione. Al centro c'è la questione degli scomparsi. A Srebrenica, nei giorni successivi l'11 luglio, sono scomparse circa 10.000 persone, la maggior parte delle quali non sono ancora state ritrovate. Noi abbiamo in Europa una situazione simile a quella dei desaparecidos argentini, con gruppi di donne che ogni mese fanno una marcia a Tuzla per chiedere la verità, la giustizia, e che i corpi siano ritrovati. Proprio come le donne di plaza di Mayo a Buenos Aires". Una situazione drammatica, che suscita interrogativi sulla pace in Bosnia dopo gli accordi di pace di Dayton. "Sì, quest' anno si celebra anche il decennale di Dayton. Il bilancio è molto triste, gli accordi di pace hanno fermato la guerra, ed è riconosciuto da tutti, ma non sono stati in grado di costruire la pace, perché i firmatari sono stati i maggiori responsabili e artefici della violenza. E' come se fosse stata fotografata la situazione del novembre '95, ma poi non sono stati fatti passi in avanti. Il problema è cercare di capire se rafforzare la struttura centrale, se costruire uno Stato o dividerlo. Sono le stesse opzioni di dieci anni fa: i bosniaco musulmani sono favorevoli a uno Stato, i nazionalisti serbi considerano la Repubblica serba di Bosnia uno Stato e da lì non hanno intenzione di muoversi". Nel libro lei ha curato la parte relativa al tribunale penale internazionale per i crimini nella ex-Jugoslavia. "Il tribunale ha avuto il grande merito di essere riuscito a ricostruire molti episodi utili per il lavoro di ricercatori e storici. I media si concentrano solo sul processo a Milosevic, ma i processi su Srebrenica sono stati sei, ed hanno permesso di conoscere quasi tutto rispetto a quanto accaduto, la meccanica, la sequenza temporale di come è stato organizzato questo piano genocidiario. Detto questo non si può pensare, come fanno alcuni, che il tribunale possa essere sufficiente per riportare verità e giustizia su quella guerra". E' una caratteristica del libro quella di porre più domande che risposte... "Srebrenica ha rappresentato un punto di svolta: da lì in poi, a causa della sconfitta delle Nazioni Unite, tragica e deleteria, non si parlerà più di interposizione dell'Onu, ma di Nato o di Stati Uniti. Noi oggi sappiamo cosa e come è avvenuto a Srebrenica, ma non sappiamo il perché la Nato non sia intervenuta, i caschi blu non abbiano combattuto. Sono interrogativi e domande ancora aperti, il libro cerca di ricordare che molti sono ancora i nodi da sciogliere". Il libro si conclude con un saggio molto interessante e a tratti commovente di Svetlana Broz. "Lei, piccola curiosità, è la nipote di Tito, collabora con l'Osservatorio, e ha fatto una sorta di "Schindler List" dei Balcani. Invece di raccontare le atrocità e le mostruosità del vicino che uccide il vicino, accadute durante il conflitto, ha scritto un libro dal titolo "I giusti al tempo del Male", nel quale ha raccolto centinaia di aneddoti sul vicino che salva il vicino, mettendo a rischio o sacrificando la propria vita. E' un messaggio di speranza che abbiamo voluto lasciare in chiusura...". Ma se lei dovesse dire perché c'è stata questa guerra? "I fattori sono diversi, ma sul discorso etnico secondo me è chiara una cosa: è inutile fare il discorso ideologico e dire "non è vero che la questione etnica ha influito". La guerra etnica c'è stata. Però è diverso dire che è stata la causa e dire che le rivalità etniche hanno alimentato il conflitto. Non mi ricordo chi l'ha scritto, ma una volta ho letto che la Bosnia è come una casa di legno. Che ovviamente brucia più facilmente di una casa di mattoni, ma la casa di legno non è destinata all'autocombustione: serve qualcuno che appicchi il fuoco. Una volta acceso, poi la casa brucia molto più rapidamente.
Viaggiatore Vito