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RWANDA
6 aprile 1994. inizia in Ruanda uno dei più grandi genocidi del secolo. I governanti del mondo intero guardano con colpevole silenzio quello che la loro brama di potere colonialistico aveva provocato. Un 1.000.000 di vittime senza distinzione di sesso e di età vengono massacrati durante quei 100 giorni dalle tribù di opposte fazioni.
Trai gli Hutu e i Tutsi che non si erano mai considerati un unico popolo l'odio divampa, manifestandosi in crudeltà inimmaginabili. La percezione di una divisione etnica da parte della popolazione del Ruanda è in gran parte un effetto del dominio coloniale europeo, prima tedesco e poi belga. I coloni introdussero le carte di identità e iniziarono a classificare rigidamente i ruandesi in funzione del loro status sociale e delle loro caratteristiche somatiche, in particolare distinguendo chiaramente fra Hutu e Tutsi.
I colonializzatori stringevano alleanze con alcune etnie rispetto alle loro esigenze, creando sempre più una divisione che avrebbe portato a quella strage che l'occidente non volle contrastare.
"In nome del mio Paese, in nome del mio popolo, vi chiedo perdono. La comunità internazionale, tutta intera, porta un'immensa e pesante responsabilità. Un drammatico seguito di negligenze, noncuranze, incompetenze, esitazioni ed errori ha creato le condizioni per una tragedia senza nome. Io assumo qui le responsabità del mio Paese, delle autorità politiche e militari belghe. "Sono le parole che Guy Verhostadt, primo ministro belga, ha pronunciato il 7 aprile del 2000 in Ruanda, davanti a migliaia di persone che partecipavano alla commemorazione del genocidio ruandese.
Persino l'ONU si disinteressò a quello che stava succedendo in Ruanda, e le segnalazioni ricevute dai comandanti che operavano nella zona furono incomprensibilmente ignorate, anzi, un mese dopo l'inizio del genocidio il contingente militare fu ridotto da 2.500 a 500 uomini.
Tutti i governi si interessarono a portare in salvo i propri connazionali, mentre la barbarie si manifestava davanti agli occhi di tutti. Nessuno pensò di importare democrazia in un Paese forse privo di risorse naturali, nessuno aprì bocca davanti ai corpi di vecchi, donne, bambini massacrati a colpi di machete e bastoni chiodati. La misericordia, l'uguaglianza, l'amore, la fratellanza, per nessun Paese del mondo, per nessuna organizzazione religiosa, erano concetti da applicare a quel Paese lontano chiamato RWANDA.
Viaggiatore Gio'
Chi volesse saperne di più consigliamo il film:
Hotel Rwanda
Saggi:
Daniele Scaglione, Istruzioni per un genocidio. Rwanda: cronache di un massacro evitabile, ed. EGA, 2003