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Il mistero del ragazzo che sfidò i tank a Tienanmen



Il mistero del ragazzo che sfidò i tank a Tienanmen
In questi ultimi giorni si è parlato molto di quel ragazzo e che fine avesse fatto: arrestato, morto, internato in un ospedale psichiatrico, vivo e lontano dalla Cina? Le leggende si sono alternate in mille versioni: dalla chirurgia plastica facciale per non farsi riconoscere a quella che sia morto e seppellito insieme agli altri 3000 caduti per una rivendicata democrazia.
È il 5 giugno 1989, già da 24 ore procede implacabile l'intervento militare per schiacciare la "primavera democratica", quando diversi fotografi occidentali affacciati alle finestre del Beijing Hotel riprendono la scena. Una colonna blindata scende lungo il Viale della Pace Eterna, di colpo è costretta a immobilizzarsi. Un giovane si è piazzato in mezzo alla strada, blocca il carroarmato di testa.

Sta ritto in piedi, con la mano sinistra tiene la giacca a penzoloni, con la destra due sacchetti di plastica della spesa. La scena sembra irreale: i tank fermi uno dopo l'altro in fila indiana, quella figura esile che sembra soggiogarli. L'autista del primo blindato fa manovra, cerca di aggirare il ragazzo sulla destra. Lui gli si para davanti di nuovo, allarga le braccia come si fa per domare una bestia. Poi il giovane fa un salto, sale sul carroarmato per parlare col soldato visibile dalla feritoia. "Tornate indietro! Smettete di uccidere il nostro popolo!" è l'urlo che i testimoni ricordano. Poi tutto accade in un attimo: il ragazzo è sceso dal blindato, ora è circondato da amici che lo aiutano a scappare.

"La repressione armata - ricorda Xu dissidente biografo di quel momento- non avvenne a Piazza Tienanmen ma più lontano. Le cataste di cadaveri io le vidi sulle vie Fuyou e Changan. I massacri peggiori avvennero all'ingresso dei blindati in città, e nelle aree di Fuxingmen e Muxidi". Il ragazzo che sfidò i tank senza che dai blindati partisse un solo colpo, era per fortuna troppo vicino a Tienanmen: una piazza dal potente significato simbolico, dove i leader comunisti volevano ridurre al minimo lo spargimento di sangue. Tienanmen è da secoli il luogo sacrale del potere cinese, all'ingresso della Città Proibita dove viveva l'imperatore. La sua importanza è stata rafforzata dall'iconografia rivoluzionaria: il rinascimento repubblicano della Cina si fa risalire alla manifestazione degli studenti il 4 maggio 1919 in quella piazza; Mao Zedong vi proclamò la vittoria del comunismo nell'ottobre 1949 e la sua salma imbalsamata è custodita nel mausoleo centrale. Per questo nel maggio 1989 gli studenti scelsero di lanciare proprio lì lo sciopero della fame. Per questo la propaganda del regime nelle terribili giornate di giugno si ostinava a ripetere che "nessuno era stato ucciso a Tienanmen".

Agli operai andò peggio che agli studenti. Due pesi e due misure si avvertirono nel diverso trattamento riservato a studenti e operai. Già l'8 giugno 1989 l'ufficio della Pubblica sicurezza di Shanghai arrestava 13 operai, 3 dei quali vennero condannati a morte e fucilati dal plotone di esecuzione. Delle 48 esecuzioni pubbliche a Pechino nei giorni seguenti nessuna ebbe per vittima uno studente. Era partita la grande operazione di recupero delle élite, la lunga marcia per cooptare intellettuali e studenti al servizio del potere. La vera lezione che i leader comunisti impararono da quelle giornate è questa: non bisogna mai più ritrovarsi "contro" la parte più istruita e moderna della società.

Viaggiatore Vito


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