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OMAGGIO A GIUSEPPE FAVA
Giuseppe Fava nasce a Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa, il 15 Settembre del 1925. Negli anni '40 si trasferì a Siracusa per frequentare il Ginnasio ed il Liceo. Dopo gli studi liceali si trasferì a Catania e si laureò in Giurisprudenza. Alla carriera di avvocato preferì la professione di giornalista, che iniziò come cronista al giornale Sport Sud di Catania.
Dal 1951 al 1954 fu capocronista al Giornale dell'isola, e successivamente al Corriere di Sicilia, oltre l'impegno quotidiano al giornale, fu inviato speciale del settimanale milanese Tempo, e corrispondente del Tuttosport di Torino. Nel 1980 fu chiamato alla direzione del Giornale del Sud, idea editoriale maturata all'interno dell'ambiente imprenditoriale, politico e giornalistico della Catania di quegli anni.
Fu subito un giornale irriverente, senza prudenze, né ossequi. I notabili furono chiamati a rispondere dei loro misfatti, il sacco edilizio, l'arrembaggio dei mafiosi, la rassegnazione degli onesti. La reazione al pericolo rappresentato da Fava e dal Giornale del Sud fu immediata e forte: la censura, le minacce, gli attentati ed infine il licenziamento. Pochi mesi dopo la rottura di Fava con l'editore il giornale cessava le pubblicazioni.
Quello che Fava instaura con la sua città adottiva è un rapporto d'amore-odio, intenso, passionale: "Io - scrive nel libro-inchiesta I Siciliani, pubblicato nell'80 - sono diventato profondamente catanese, i miei figli sono nati e cresciuti a Catania, qui ho i miei pochissimi amici ed i molti nemici, in questa città ho patito tutti i miei dolori di uomo, le ansie, i dubbi, ed anche goduto la mia parte di felicità umana. Io amo questa città con un rapporto sentimentale preciso: quello che può avere un uomo che si è innamorato perdutamente di una puttana, e non può farci niente, è volgare, sporca, traditrice, si concede per denaro a chicchessia, è oscena, menzognera, volgare, prepotente, e però è anche ridente, allegra, violenta, conosce tutti i trucchi e i vizi dell'amore e glieli fa assaporare, poi scappa subito via con un altro; egli dovrebbe prenderla mille volte a calci in faccia, sputarle addosso "al diavolo, zoccola!", ma il solo pensiero di abbandonarla gli riempie l'animo di oscurità".
Insieme a un gruppo di giovani che lo segue dal Giornale del Sud fonda la cooperativa Radar, con l'intenzione di fare un giornale di cui loro stessi siano gli editori. "Quel giornalista - scrive il sociologo Nando dalla Chiesa, nell'introduzione al saggio di Rosalba Cannavò Giuseppe Fava. Cronaca di un uomo - in realtà, creò altri giornalisti, diede vita a un collettivo, fondò una testata tirandola fuori con tenacia dal mondo dell'immaginazione. Fu un maestro. Un maestro che ha insegnato a battersi, con l'arma della parola, a un gruppo di giovani". Quei giornalisti, quella rivista - secondo Dalla Chiesa - sono fautori di "un modello di giornalismo in grado di veleggiare da nave corsara nella grande palude della pacificazione". E Fava - ci rammenta dalla Chiesa - è "uno dei maggiori intellettuali siciliani di questo secolo".
Il mensile I Siciliani arriva nelle edicole dell'isola nei giorni di Natale del 1982. Il primo numero è un volume di 164 pagine che in copertina "strilla" i tre servizi portanti: I cavalieri di Catania e la mafia.
Lo ammazzano la sera del 5 gennaio 1984, a Catania, dopo undici numeri della rivista, dopo che i potenti della città provano a comprarsi lui e il suo giornale. Ricevendo sempre rifiuti. Il 10 luglio del 2001 la Corte d'Assise d'Appello di Catania conferma gli ergastoli inflitti in primo grado ai "mandanti", Nitto Santapaola e Aldo Ercolano, mentre assolve i sicari Marcello D'Agata, Vincenzo Santapaola e Franco Giammuso, condannati in primo grado.
| Un seculu di storia, di Ignazio Buttitta L'avemu cca ancora cca a mafia, assittata nte vanchi d'imputati a dittari liggi; a scrìviri sintenzi di morti chi manu nsangati. L'avemu cca I compari da mafia Chi manu puliti, i firrara di chiavi fausi, i spogghia artari ca cruci nto pettu; unni pòsanu i pedi sicca l'erba, sicca l'acqua spùntanu spini e làcrimi pa Sicilia. L'avemu cca L'affamati du putìri; l'affamati di carni cruda, ca crìdinu a Sicilia un porcu scannatu e ci spùrpanu l'ossa. Si si sicilianu isa u vrazzu, grapi a manu: cincu bannèri russi, cincu! Adduma a pruvulèra du cori! Si si sicilianu fatti a vuci cannuni, u pettu carru armatu, i gammi cavaddi di mari: annèa i nimici da Sicilia! |
Traduzione: L'abbiamo qui ancora qui la mafia, seduta sui banchi degli imputati a dettare legge; a scrivere sentenze di morte con le mani che sanguinano. Li abbiamo qui i compari della mafia con le mani pulite, i fabbri di chiavi false, gli spoglia altari con la croce sul petto; dove posano i piedi secca l'erba, secca l'acqua, spuntano spine e lacrime per la Sicilia. Li abbiamo qui gli affamati del potere; gli affamati di carne cruda, che credono la Sicilia un porco scannato e le spolpano le ossa. Se sei siciliano alza il braccio, apri la mano: cinque bandiere rosse, cinque! Accendi la polveriera del cuore! Se sei siciliano fatti la voce cannone, il petto carro armato, le gambe cavalli di mare: annega i nemici della Sicilia! |